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Uno studio dell’istituto di cardiologia dell’Università di Nis, in Serbia, ha accertato che l’ascolto di un brano musicale preferito innesca da parte del cervello la produzione di endorfine, cioè i neurotrasmettitori della felicità. Questi sono in grado di regalare una sensazione di benessere ma anche di rafforzare l’endotelio, il tessuto che riveste i vasi sanguigni, linfatici e del cuore.

La sperimentazione è stata attuata su 74 pazienti, in un programma di riabilitazione cardiovascolare della durata di tre settimane, basato su esercizio fisico e l’ascolto di pezzi musicali scelti dai .
I risultati sono stati presentati al congresso annuale della European Society of Cardiology ed hanno evidenziato come i partecipanti che hanno abbinato esercizio fisico e ascolto della musica sono migliorati di più rispetto coloro che avevano scelto solo l’attività sportiva.

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1000 Risotti per l'Emilia, Domenica 25 novembre, Verona

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L’ora di musica sarebbe tra le più importanti per lo sviluppo cognitivo dei bambini. E’ quanto sostiene la ricercatrice Nina Kraus della Northwestern University di Evanston, nell’Illinois.

La musica, infatti, sarebbe in grado di modellare i circuiti sensori subcorticali in modo tale da migliorare le attività quotidiane come la lettura o l’ascolto degli altri, aumentando la percezione del linguaggio anche in ambienti rumorosi.
Per questo, l’insegnamento della musica è utile soprattutto ai bambini dislessici o autistici, nella ricerca di nuovi percorsi di apprendimento.

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“E’ meglio essere ottimisti ed avere torto piuttosto che pessimisti ed avere ragione”. – Albert Einstein

Uno studio svolto negli Usa rivela un legame tra stato d’animo, tumori e malattie cardiache. Chi è ottimista si ammala il 30% in meno. Secondo gli studiosi l’ottimismo aiuterebbe a vivere a lungo e in salute. Lo studio, compiuto su 100.000 donne è stato presentato durante l’ultimo congresso  dell’American Psycosomatic Society, ed ha dimostrato uno stretto legame tra uno stato d’animo brillante e positivo e il rischio di insorgenza di malattie cardiache o forme tumorali.

La ricerca è iniziata nel 1994, e ha preso in esame un ampio numero di persone studiandone la personalità. Dopo otto anni, è continuata studiando le persone che nel frattempo erano decedute. I ricercatori si sono accorti che la percentuali dei decessi era del 23% più alta tra coloro che in vita non avevano dimostrato un atteggiamento particolarmente ottimista mentre, tra le persone positive, si era riscontrato un 30% in meno di decessi.

Tra le varie ipotesi avanzate per spiegare il rapporto di causa-effetto c’è quella secondo cui le persone ottimiste reagiscono fisicamente meglio alla stanchezza mentale, seguono con scrupolo i consigli dei medici, e di conseguenza godono di una salute migliore.
E’ poi dimostrato che troppe emozioni negative e prolungate nel tempo, come rabbia, aggressività, angoscia, tristezza e frustrazione, producono uno stato cronico di stress negativo.

 

Ottimismo vuol dire imprimere un notevole contributo alla fiducia in se stessi e quindi aumentare la nostra autostima.
L’ottimismo si puo’ “coltivare” allenando la nostra mente al pensiero positivo. Tutto questo ci permette di affrontare i problemi del vivere quotidiano da un punto di vista diverso. 

Ecco un interessante link e recensione di un libro per imparare a coltivare l’ottimismo.

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Il pensiero divergente è il pensiero creativo, non usuale, anzi, alternativo e originale. E’ attivato da situazioni aperte, che permettono più soluzioni alternative. Esso supera le informazioni e il problema iniziale per ricercare in varie direzioni qualcosa di nuovo e di diverso.

Secondo Joy Paul Guilford  il pensiero divergente è misurato da 3 indici:

  1. Fluidità: parametro quantitativo basato sull’abbondanza delle idee prodotte.
  2. Flessibilità:capacità di cambiare strategia ed elasticità nel passare da un compito ad un altro che richiede un approccio diverso.
  3. Originalità:capacità di formulare soluzioni uniche e personali che si discostano dalla maggioranza

Uno studio condotto su un gruppo di studenti del Vanderbilt Blair School of Music rivela che i professionisti delle note, per mezzo di questo pensiero divergente, usano entrambi gli emisferi del cervello, più di quanto non faccia mediamente un qualsiasi individuo non musicista.

Secondo il parere degli scienziati, una possibile spiegazione di questi risultati potrebbe consistere nel fatto che i musicisti devono essere in grado di usare le mani in modo indipendente per suonare il proprio strumento.Inoltre devono contemporaneamente leggere i simboli musicali e interpretarli. Ognuna di queste funzioni è preposta a un lato diverso del cervello: l’abilità dei musicisti è di riuscire a integrare perfettamente le informazioni che giungono da entrambi gli emisferi.

Lo studio è stato condotto su un gruppo di 20 studenti di musica classica del Vanderbilt Blair School of Music e su altrettanti non musicisti di un corso di psicologia del medesimo istituto.

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